Petrolio in calo con attese di tregua sullo stretto di Hormuz
Il greggio arretra dopo i rialzi recenti: pesa l’ipotesi di colloqui per allentare la crisi nel Golfo e la presa di profitto degli operatori, mentre i transiti nel canale restano bassi.

Aneil Lutchman / Wikimedia Commons (cc-by-sa-2.0)
Il petrolio ha perso terreno nella seduta di venerdì dopo i forti rialzi dei giorni precedenti. Il movimento è arrivato mentre il mercato scommetteva su un possibile allentamento della tensione nello stretto di Hormuz, snodo cruciale per i flussi energetici globali. A pesare è stata anche la presa di profitto dopo un guadagno superiore al 10% accumulato nel corso della settimana.
Hormuz resta il punto più sensibile
Le vendite si sono intensificate dopo indiscrezioni su un possibile incontro tra Iran e i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, ipotesi letta dagli operatori come un primo passo per ridurre la crisi nell’area. Lo stretto di Hormuz rimane infatti di fatto chiuso al traffico commerciale, condizione che continua a tenere alta la volatilità sul mercato petrolifero. Secondo i dati citati da Reuters e attribuiti alla società di tracciamento Kpler, giovedì i transiti sono scesi a sette unità dai undici del giorno precedente, contro una media a dieci giorni di 15.
Il contratto WTI con consegna a ottobre ha chiuso l’ultima rilevazione in ribasso di 2,63 dollari, pari al 2,57%, a 99,85 dollari al barile. Il calo arriva dopo una fase di acquisti alimentata dai timori per possibili interruzioni dei flussi via mare e per il rischio che l’escalation nel Golfo si trasformi in uno shock più ampio per l’offerta. La correzione di venerdì segnala che una parte degli investitori ha preferito monetizzare i guadagni recenti anziché mantenere posizioni aperte.
Le parole di Trump e il messaggio al mercato
Nel quadro della giornata hanno pesato anche le dichiarazioni di Donald Trump, che durante una visita in Texas ha detto di ritenere che il conflitto tra Stati Uniti e Iran possa chiudersi dopo le elezioni di metà mandato di novembre. Trump ha aggiunto che, a suo avviso, il petrolio scenderebbe e con esso anche i prezzi della benzina negli Stati Uniti. Ha però precisato che un dialogo con Teheran è possibile, pur sottolineando che Washington non sarebbe particolarmente interessata ad aprire un canale negoziale.
Il mercato ha reagito a un intreccio di fattori immediati: aspettative di de-escalation, dati sui flussi marittimi ancora deboli e prese di beneficio dopo l’impennata recente. Per gli operatori energetici, la tenuta o l’apertura dello stretto resta il principale indicatore da monitorare perché condiziona la disponibilità fisica del greggio e la rapidità con cui i prezzi possono invertire direzione.
Le tensioni tra Iran e Stati Uniti si sono riaccese negli ultimi dieci giorni dopo una breve pausa nelle manovre militari contro i rispettivi obiettivi. In questo contesto, ogni segnale su colloqui diplomatici o sulla sicurezza delle rotte marittime tende a riflettersi subito sulle quotazioni. Il ribasso di venerdì mostra quindi più una tregua tecnica che una normalizzazione del quadro geopolitico.
Per il mercato dell’energia, il messaggio è duplice: da un lato basta poco per ridurre il premio di rischio incorporato nei prezzi, dall’altro il livello di incertezza resta elevato finché i flussi attraverso Hormuz non torneranno su livelli più vicini alla media recente. Anche con il calo della seduta, il petrolio resta ben sopra i valori che avevano preceduto la fiammata di questa settimana.
Questo articolo non è una consulenza di investimento e non raccomanda alcun titolo, livello o direzione; il movimento di una sola seduta non dimostra una tendenza. Per il contesto borsa, Mercati, Aumento di Capitale a Pagamento, per i termini il glossario finanziario.
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